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martedì 15 settembre 2015

La Cina è in recessione ?

L'opinione pubblica è stata colpita dagli ultimi eventi in Cina, ovvero la svalutazione dello Yuan. Così molti adesso affermano (anche compiaciuti !) che la Cina è in recessione, è in crisi e che quindi non conviene andare ad investire perché rischioso.
In realtà la Cina resta uno dei nuovi mercati tra i più sicuri e stabili sia dal punto di vista economico, che sociale e dove (almeno formalmente) lo straniero è tutelato.
Ma il problema che ha portato alla svalutazione parte più da lontano. 
La Cina ha rallentato la crescita nelle zone più evolute ed ha subito il contraccolpo della nuova politica del penultimo piano quinquennale, ovvero la scelta di concentrarsi sui consumi (mercato) interni e non essere più la "fabbrica del mondo".  Una scelta che tuttavia non poteva tener conto della crisi mondiale scoppiata dal 2008 e che ha ridotto l'export cinese (perché all'estero comprano meno). Un export che è diminuito anche perché la rivalutazione dello Yuan degli ultimi anni, necessaria per creare un paese forte ha reso meno competitivi i prodotti cinesi che risentono della concorrenza dei paesi vicini, ma anche di una nuova produzione dei paesi occidentali sempre meno lontana come prezzi e qualitativamente molto superiore.  
Quindi la scelta di sviluppare il mercato interno (consumi) a scapito dell'export ha subito qualche rallentamento sia per i motivi sopra enunciati e sia per le difficoltà del mercato interno stesso.
La Cina resta tuttavia una economia in crescita, anche se in misura minore rispetto al passato. Resta senza dubbio un mercato su cui scommettere. Ma la strategia di approccio deve tener conto dei tempi che cambiano.  
Certi scossoni non devono pregiudicare la politica di penetrazione delle aziende straniere, che comunque ha tempi medio lunghi; per cui è nel medio e lungo peroido che si devono fare le valutazioni. Ovviamente tenendo ben presente più che gli eventi, le cause che hanno determinato certi eventi.
Parlando della svalutazione dello Yuan probabilmente è più un problema speculativo,  o "guerra" finanziaria, viste le riserve in mano agli USA. Naturalmente è una svalutazione salutare che serve anche per poter incrementare l'export cinese, vista anche la riduzione degli investimenti stranieri. E' una svalutazione che forse riporta il valore della moneta sui numeri più vicini alla realtà. D'altronde un paese pieno di contraddizioni come la Cina ha forse maggiori difficoltà (volute dal governo steso !) nel valutare l'effettivo valore di una valuta. E' analizzando i dati reali del paese che si notano le contraddizioni : da una bolla immobiliare incredibile con numeri da società evoluta, ad un reddito annuo pro-capite da paese in via di sviluppo; da un indebitamento delle municipalità al ridursi del risparmio delle famiglie cinesi. A fronte di 200 milioni di ricchi ci sono 800,000 poveri e tanti altri dati noti.
Comunque la Cina resta un paese su cui scommettere ed investire, ma sempre a condizione  che si affronti con una strategia e preparazione adeguata, probabilmente unica rispetto ad altri paesi.
Nessun allarmismo, quindi, ma sempre molta attenzione e presenza stabile sul  territorio in modo da avere sempre sotto controllo, direttamente e senza filtri,  la reale situazione del paese..

venerdì 13 febbraio 2015

Firenze ... una città dello Zhejiang

Firenze una città della Provincia di Zhejiang !

Nell'immaginario collettivo, e non solo, l'Italia deve diventare terra catalizzatrice di investimenti stranieri, soprattutto cinesi ! La Cina rappresenta la nuova America. Firenze, anche in ragione della sua popolarità mondiale, può essere la punta di diamante per l'attrazione degli investimenti cinesi.
Ma nell'immaginario collettivo italiano l'investimento cinese è sinonimo di vendita, e vista la situazione immobiliare e commerciale italiana la vendita avviene a prezzi di "liquidazione,  talvolta tramite giudice fallimentare !
Il cinese più che investitore è uno speculatore con soldi liquidi.

Perché la Cina ?
Tutti gli sforzi "istituzionali" si rivolgono alla Cina. I motivi sono ben noti a tutti. E' un Paese che ha numeri interessanti e unici: come numero di abitanti, come crescita del PIL, come numero di turisti, come capacità di investimento, come crescita che negli ultimi anni non ha mai frenato anche se talvolta rallentato, ma sono "febbriciattole" di crescita, si direbbe di un bambino.
Ma l'interesse verso la Cina è anche dato dal fatto che forse ancora oggi non si è creato qualcosa di stabile e concreto che possa assicurare con certezza la possibilità di sfruttare quei numeri che sicuramente in prospettiva saranno "impressionanti", ma che già ora sono notevoli e visibili.
Il successo spesso è legato ad iniziative pioneristiche o di alcune eccellenze più che di un sistema collaudato ed organizzato dove le singole aziende si possono inserire.

Ci si domanda allora: cosa manca ?
I dati sono sotto gli occhi tutti. La presenza Cinese in Italia è notevole (100,000 circa solo nell'area fiorentina) e molto attiva nel campo commerciale e non solo. I fondi cinesi, o di Hong Kong (espressione di realtà cinesi), investono in tutto il mondo; l'Africa ed il Sud-America sono terre di conquista dei cinesi per le materie prime; l'Europa è vista come continente per investire (ed ora si compra veramente bene) per il settore immobiliare (anche per ottenere permessi di soggiorno) e del turismo (nuovo business anche in Cina degli ultimi 18 anni). Non c'è settore commerciale o merceologico a cui la Cina non guardi: eno-agro-alimentare, moda, arredamento, arte, musica e spettacolo, formazione, sport, eccetera. Settori dove il nostro Paese talvolta è leader mondiale, basti pensare ad esempio alla moda, all'arte, al vino. Eppure è come se la scintilla non fosse mai scoppiata o almeno come se lo scoppio fosse imminente, ma tardasse ad arrivare.
I business tra Italia e Cina sono per lo più gestiti da cinesi residenti in italia. Le aziende italiane non sono soddisfatte dei rapporti commerciali con la Cina (salvo rare eccezioni). Le nostre istituzioni rimandano ai prossimi anni il boom cinese per l'Italia attendendo quasi che la situazione venga sbloccata dai cinesi, i quali, dal canto loro, manifestano la volontà di sbloccare promettendo grandi investimenti, indotto di lavoro e servizi per tutti, ma in realtà hanno una organizzazione interna che non prevede grandi spazi o ruoli decisionali per realtà "straniere".

Cosa avviene quindi ?
La realtà è un'altra. Mentre noi italiani:parliamo, facciamo riunioni, missioni, accordi quadro, riesumiamo progetti falliti appena qualche anno prima con nuovi nomi e facce, ma sempre "non operativi"; i cinesi lavorano, investono, rischiano, producono, guadagnano e fanno quello che noi dovremmo fare, ma che "esitiamo" a fare, e, in modo masochista, preferiamo lasciar fare ad altri autorizzando così gli altri ad avere successo a spese nostre.
Ed ecco che i cinesi rafforzano la presenza nel territorio italiano, arrivando a creare un Made in Italy cinese esportato in Cina (legale), ma anche un Made in Italy di grandi marche fatto in Cina importato in Italia (illegale) entrambi con fatturati da capogiro e due volte dannoso per la nostra economia e per le nostre aziende. Nel primo caso (legale) perché dovremmo essere noi a produrre, promuovere e vendere il vero Made in Italy che non sia solo prodotto ma anche storia, cultura e "radici"; nel secondo caso (illegale) perché, come ha detto il Procuratore Generale Creazzo in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario, "mette in pericolo la parte migliore del nostro Made in Italy" ed è una operazione chiaramente criminale. Ma in entrambi i casi siamo responsabili di una mancanza di controllo e gestione che troppo facilmente viene lasciata o delegata ai cinesi (sia da parte delle aziende che da parte delle istituzioni) pensando che un atteggiamento troppo rigido precluda i rapporti con la Cina e lo sviluppo del mercato interno (è la politica su cui hanno lavorato da sempre la "preparatissima" classe dirigente cinese).

La realtà è che la Cina vuole essere "indipendente" ed unico attore nei rapporti e nello sviluppo con i Paesi esteri. Le collaborazioni sono talvolta necessarie per i i cinesi, ma solo propedeutiche alla propria crescita e sviluppo finalizzata alla gestione totale dell'attività. E ciò avviene sia per lo sviluppo del mercato interno che per quello estero.
Anche i settori emergenti come servizi, formazione, turismo seguono questa logica e vengono svolti in proprio con proprie strutture e propri investimenti. Soprattutto adesso che il vecchio continente (e soprattutto l'Italia) si acquista con poco, ed è questo il pericolo maggiore.

Firenze e l'Italia allora rischiano di diventare una Provincia della Zhejiang, questa almeno sembra la direzione, con la giustificazione che i cinesi hanno i capitali e sono i nuovi ricchi..
Sarebbe meglio creare una realtà forte, solida, finanziariamente indipendente, compatta capace di avere una forza contrattuale forte e dialogare e vendere si, ma al prezzo giusto,
Controllare e non delegare ciò che si è creato con i secoli e che in poco tempo può essere cancellato o svilito. Serve la volontà e la convinzione di fare tutto ciò, mentre da più parti affiora lo scoraggiamento e la voglia di mollare.

Ci sono esempi di chi riesce a non vendere a stock o con ribassi al 70% per sopravvivere qualche anno, ma a vendere a prezzi alti ed è il caso di Giappone, Germania, Francia, Inghilterra, Svezia, Svizzera, USA, Canada, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, ecc.
Vendere si, ma cercando di creare un futuro, magari un nuovo socio, una possibilità di crescere.

Non si tratta di entrare in conflitto con i cinesi (talvolta può accadere per far valere i propri diritti) ma di proporre e imporre uno stile di vita di rapporto.
Si tratta di capire la mentalità cinese, ma mantenere la propria identità mediando.
Si tratta di investire, perché è investendo che si ottiene un ritorno, non deprezzando il proprio prodotto o servizio.
Si tratta di attaccare ed andare nel loro mercato per capire, come hanno fatto loro, ma in modo organizzato e continuativo, non aspettare l'investitore a casa.

A me piace sempre ricordare il caso della Geely (casa automobilistica cinese di una certa importanza) il cui responsabile dei mercati esteri è un caro amico, già amico di mio padre dal 1982. Non riuscendo ad entrare in Europa  trovando l'opposizione della case automobilistiche europee, che vedono nella Geely un concorrente per auto low cost soprattutto per il segmento City Car, Geely ha pensato bene di acquistare qualche anno fa la Volvo rilevando le azioni di maggioranza.
Questo è avvenuto perché la Volvo è da sempre presente in Cina soprattutto sin dall'inizio con i bus tipo granturismo utilizzati dai cinesi per i lunghi spostamenti da città a città prima che prendesse campo l'alta velocità, ma comunque ancora oggi molto utilizzati.
La presenza della Volvo in Cina (investimento) è stata una politica di penetrazione (presenza duratura negli anni) che ha permesso ai possibili partner cinesi di verificarne l'efficienza e la serietà e di stringere rapporti (è più facile stringere rapporti con chi si vede e testa tutti i giorni piuttosto che con chi sta dall'altra parte del mondo) e così la scelta di una società seria per entrare in Europa (ma anche per imparare a fare auto grandi e di lusso) è ricaduta sulla Volvo che ha mantenuto negli anni una politica in Cina basata sulla continuità. E non è un caso che non si siano rivolti alla FIAT !

Questa regola vale per tutti i settori e per tutte le dimensioni, non solo per le grandi realtà.

Facciamo in modo che Firenze e l'Italia non diventi una Provincia cinese.

martedì 3 giugno 2014

Marco Polo di Toscana: 25° anniversario della protesta di piazza Tienanme...

Marco Polo di Toscana: 25° anniversario della protesta di piazza Tienanme...: La sera del 3 giugno del 1989 l'esercito della Repubblica Popolare Cinese arrivato alla Provincia cominciò a sparare sui manifestanti  ...

25° anniversario della protesta di piazza Tienanmen

La sera del 3 giugno del 1989 l'esercito della Repubblica Popolare Cinese arrivato alla Provincia cominciò a sparare sui manifestanti  (dopo due mesi di proteste) nei d'intorni di Piazza Tienanmen a Pechino e fu un massacro.
Forse non sapremo mai le cifre esatte dei morti. Esiste una forte discrepanza fra le cifre del Governo cinese e quelle delle fonti straniere. Il Governo cinese parlò di 200 vittime fra i civili e 100 fra i soldati, la CIA di circa 800 vittime, ma la Croce Rossa stimò in circa 2600 le vittime e 30,000 i feriti e temo che questi ultimi dati fossero quelli più veritieri.
In quegli anni ero ancora studente e stavo finendo l'università e già cominciavo a lavorare sulla tesi che appunto era sulla Cina ("Gli scambi economici fra Italia e Cina dal 1979 al 1989 con particolare riferimento alla Toscana") e ne parlavo spesso con il mio professore, divenuto poi un caro amico (Renzo Rastrelli sinologo convinto purtroppo prematuramente scomparso nel 2008).
Tuttavia vivevo direttamente questa tragedia dal momento che mio padre operava direttamente con la Cina dal 1980 con  frequenti e lunghi soggiorni. Una tradizione, quella del commercio con la Cina, ereditata da mio nonno che importava trecce di paglia già dal 1947 per cucire i cappelli di paglia di Firenze destinati ai mercati anglosassoni.
Fu un black out di quasi un anno. In molti casi le relazioni si interruppero, in altri casi si rallentarono drasticamente. La Cina dovette fare i conti al suo interno ed il "democratico" Deng Xiaopin dovette far leva sull'aspetto militare/dittatoriale (simile alla gestione Mao) del suo governo  per continuare la politica di crescita iniziata nel 1979 (dopo l'apertura al mondo occidentale). L'opinione pubblica internazionale "nemica" colse l'occasione per cercare di indebolire la forte economia cinese in ascesa, mentre quella "amica" si impaurì temendo che la gestione politica cinese fosse simile a quella sovietica del dopoguerra.
Venticinque anni dopo il tempo sembra aver sbiadito i ricordi e la gente, i politici, le istituzioni, i giornali quando parlano della Cina ne esaltano la crescita economica gli obiettivi raggiunti, ma non parla di quel tragico evento. Eppure, oggi in Cina, sono  numerosissimi i focolai di rivolta sopratutto in quelle Province dove l'etnia predominante non è cinese Han (soprattutto nella Province di confine).
Nel 1989 il massacro fu annunciato e forse "auspicato" da forze straniere per rallentare la crescita cinese.
Un numero esiguo di studenti avevano manifestato in modo permanente davanti alla Città Proibita ed il governo attese 2 mesi prima di attuare la repressione armata. Gli studenti erano mossi da ideali occidentali e pensavano di emulare ciò che stava accadendo nell'Est Europa. Tuttavia, come era successo nell'Europa dell'Est con la Primavera di Praga ('69)  o  la rivolta di Budapest ('56), anche Pechino attuò il sistema repressivo tipico delle dittature (sinistra o destra sempre dittatura è) basato sul consenso "militare".
Oggi i focolai di ricolta hanno radici meno ideologiche e più "pratiche": si assaltano posti di Polizia accusando le strutture del luogo di corruzione; si combatte contro la pena di morte; si chiede un giusto processo; le minoranza etniche rivendicano gli stessi diritti politici e civili dei cinesi, eccetera. La finestra sul mondo che offre internet, i cinesi che cominciano a viaggiare, la massiccia presenza straniera sia come prodotti che come esseri umani insieme ai mezzi di informazione straniera presenti sul territorio cinese fanno si che la Cina usi la forza, ma in modo più intelligente e meno "impopolare". Così, forse, oggi la protesta di Tienanmen sarebbe stata gestita in modo diverso. Non si sarebbe verificato un massacro come nel 1989, ma si sarebbero utilizzati sistemi "sofisticati" di giudizio con condanne penali e carcere oppure arresti domiciliari, ma non esecuzioni di massa. Forse grazie anche ad un più evoluto codice penale e codice di procedura penale che nel 1989 ancora non era stato messo a punto. 
E d è quello che succedo oggi ai dissidenti politici, ai sacerdoti cristiano cattolici troppo intraprendenti, a stranieri troppo "invadenti". Se per il Governo cinese è più facile gestire oppositori stranieri (attraverso l'espulsione e vietando la concessione del visto di ingresso), per i dissidenti cinesi oppositori e critici del sistema la questione è più delicata proprio perché il mondo fuori controlla l'operato cinese sperando in un gesto alla Tienamen che possa classificare la Cina come Paese non affidabile e non garante dei diritti civili.
Così sappiamo poco o niente di repressioni a cattolici, missionari, oppositori politici, tibetani, eccetera. Gli organi di stampa ufficiali minimizzano i vari eventi  e quelli stranieri non sempre riescono ad individuare e comunque devono muoversi con cautela. Le informazioni arrivano da testimonianze dirette e fughe di notizie, ma ci sono. 
La Cina è una delle prime potenze mondiali e nel suo presente e futuro prossimo deve affrontare e risolvere due problemi su tutti che ne possono condizionare la crescita e l'ordine sociale al suo interno: la tutela dei diritti civili (libertà, giustizia, tutela delle minoranze etniche, diritti dei lavoratori, eccetera) ed l'inquinamento ovvero il "diritto alla salute", problema non da poco che condiziona non poco la vita quotidiana e le scelte delle nuove generazioni sempre più attente alla qualità della vita e da sempre attenti alla salute.

lunedì 3 marzo 2014

Semplicità e pragmatismo cinese

Mi domando spesso cos'è che rende il cinese uomo di successo e la Cina una economia in continua crescita che non conosce flessioni, se non per qualche rallentamento dovuto alla situazione mondiale o alla dinamica di crescita stessa. C'è qualcosa che noi occidentali possiamo "copiare" ai cinesi andando così in contro tendenza ? (è stimolante l'idea di copiare ai cinesi!).
Le ragioni della continua crescita cinese e dello stallo economico/mentale che vivono le economie occidentali non è solo giustificato dal fatto che la Cina deve raggiungere i nostri standard di vita sociale ed economica e che quindi deve necessariamente correre. Esiste, secondo me, una filosofia di vita, una mentalità che coinvolge tutti i livelli sociali del popolo cinese e che non è prerogativa dei più ricchi (o arricchiti) o dei più poveri ed è la mentalità e lo spirito nobile, l'orgoglio e lo spirito di appartenenza ad una nazione, la voglia di crescere e di non sentirsi mai arrivati uniti alla consapevolezza di poterci riuscire. Il tutto attraverso uno stile di vita basato sull'umiltà, la semplicità, il pragmatismo che ben traspare dai detti e proverbi cinesi o dai libri filosofici più antichi.
Questi elementi sembrano davvero essere  i fattori di continuità di un Paese che ha radici millenarie e che, tutto sommato, è lo stesso dalle prime dinastie, alla Cina moderna, passando per quella  (apparentemente) fase contraddittoria degli ultimi cento anni.
La semplicità è l'essenza dei proverbi cinesi e racchiudono verità talvolta date per scontate. Il pragmatismo cinese è ben espresso in uno di questi proverbi  tanto apprezzato da Deng Xiaoping  che spesso lo utilizzava nello spiegare la strategia che la Cina attuava verso l'occidente "Non importa se il gatto è bianco o nero purché acchiappi i topi".
Così è facile imbattersi in Cina in persone benestanti, ma dallo stile di vita semplice e che amano far vedere  
cosa hanno per un motivo ben preciso (affari, amicizia), ma con discrezione e non al solo scopo di "farsi notare". Mi è successo di conoscere una signora, per lavoro, il cui marito aveva la passione delle auto con un parco macchine di quasi 50 unità fra Ferrari, Rolls, Porsche, eccetera. Così come essere visitato in ufficio a Shanghai da un giovane, vestito in abiti sportivi,  che reputavo essere un manager di un grosso gruppo tessile cinese (se non il più grosso in Cina) per poi scoprire qualche giorno dopo nel meeting nei loro uffici essere il General Manager. Mi capita spesso di chiamare direttamente un industriale dell'acciaio consulente del Ministro che ha la passione del vino per vedersi di sabato a pranzo o a cena, ma con un preavviso di un giorno, senza passare da segretarie o lunghe attese. Il mio più caro amico di Pechino, che conosco da trent'anni, adesso è il responsabile per i mercati esteri (con salario stratosferico) di una delle prime case automobilistiche cinesi ed in pratica è sempre in giro per il mondo, ma è sempre reperibile con telefono e e-mail e disponibile per una cena se è in città quando sono in Cina. Potrei fare un elenco lunghissimo.
La semplicità ed il pragmatismo sono veramente la forza della Cina e ne danno testimonianza il successo delle realtà cinesi all'estero così come la crescita e l'evoluzione (non senza difficoltà) della Cina. 

mercoledì 16 ottobre 2013

Nababbi cinesi

Nell'elenco dei 100 personaggi più ricchi della Cina il primo, un costruttore, ha una patrimonio di circa 14 miliardi di dollari. In questo elenco dei più "invidiati" al mondo il più vecchio ha 82 anni (60a posizione) ed opera nel settore del carbone, la più giovane ne ha 32 (7a posizione) ed anche lei come il capo classifica opera nel settore real estate, ma la media è sui 50 anni. I settori di appartenenza di questi nababbi sono in maggior misura quelli del real estate, internet, automotive e delle energie rinnovabili.
Questi dati non sorprendono più di  tanto alla luce dell'evoluzione della Cina dal 1990.
Le ricchezze ammassate sono il frutto della rapida crescita dell'economia cinese negli ultimi 20 anni e spesso questi magnati hanno un'esperienza familiare e background Made in Hong Kong. In particolar modo il settore real estate è stato quello più redditizio soprattutto nel breve termine. Quando negli anni '90 Shanghai ha cominciato a svilupparsi c'erano aree come il Pudong dove si poteva acquistare appartamenti che a distanza di sei mesi vedevano letteralmente raddoppiato il loro valore in ragione del fatto che la città si stava allargando e con essa i servizi di comunicazione, centri commerciali, eccetera.
Anche il settore manifatturiero ha portato ricchezze soprattutto a quelle aziende che esportavano. Tuttavia per molti anni la ricchezza è rimasta in mano alle aziende di stato (oggi in crisi) che gestivano burocraticamente le esportazioni e le transazioni finanziarie.
Il settore auto, in fortissima crescita da anni, ha prodotto ricchezza e le Joint Ventures che ne sono nate hanno permesso l'arricchimento di cinesi privati in ragione del rapporto diretto con l'investitore estero.
Il settore comunicazioni, internet e telefonia, è un altro di quei settori che ha conosciuto vendite e transazioni incredibili. Di conseguenza ha permesso ad alcuni di accumulare ricchezze non indifferenti.

Cos'è che rende diverso il cinese straricco da figure simili di altri paesi ?

Sicuramente il basso profilo, la semplicità, l'essere diretti che è poi la forza di questo popolo.
Il numero uno dei cento più ricchi della Cina risponde tranquillamente  al cellulare !
Nei miei quasi 20 anni di Cina ho avuto modo di incontrare e parlare anche confidenzialmente con big boss, managers, investitori ai quali spesso non davo il valore che avevano proprio in ragione dell'atteggiamento semplice e talvolta informale (al di fuori degli incontri di affari) con cui si approcciavano, ma questi erano personaggi talvolta molto importanti e se talvolta giovani con grande potere. E' chiaro che queste figure non le incontri per la strada c'è sempre chi (cinese) mette la faccia per te e ti presenta in ragione del fatto che ti conosce, che può garantire per la tua serietà, che sei referenziato, eccetera. Ma una volta che sei nel cerchio e hai la fiducia non ci sono barriere anche con figure così "potenti".
Il cinese guarda se c'è l'affare e tratta direttamente e decide velocemente. Se ci crede, se ha fiducia e fiuta l'affare, conclude.

Oggi tutti si muovono verso la Cina: aziende, istituzioni, privati, cercando di incrociare uno dei questi ricchi e sperando così di "essere acquistati" (anche se la formula espressa è "ricerca di investitori") per la nostra azienda, per la nostra figura professionale o per il nostro Paese. Tuttavia i grossi investitori cinesi hanno una gamma di possibilità di scelta enorme. Ci sono Paesi, aziende, che offrono più garanzie di noi e questo è il punto che fa la differenza. Non è un caso che il Vino in Cina transiti dalla Svizzera ed il turismo cinese in Europa dalla Germania. E' una gap difficilmente colmabile.
Quello che ci rende lontani, poco interessanti alla Cina e deboli con i concorrenti stranieri è la scarsa capacità all'investimento. Pretendiamo di vendere in Cina, ma non investiamo sul nostro prodotto per farlo conoscere ai cinesi; pretendiamo di incentivare gli investimenti cinesi in Italia, ma non creiamo le condizioni per facilitare l'ingresso di questi investitori. Pretendiamo che l'investimento sia tutto a carico dell'altra parte.

Ecco che torniamo ai nababbi cinesi ed al fatto che essi per creare queste fortune hanno rischiato, investito, scommesso su loro stessi e sul loro Paese. Così se vogliamo fare accordi con queste figure dobbiamo dimostrare di rischiare, investire e scommettere sul nostro prodotto e/o sul nostro Paese. 
Basterebbe forse guardare indietro e rivedere cosa abbiamo fatto dal dopoguerra per almeno un ventennio.
L'esempio dei nostri padri può ancora insegnarci qualcosa.

martedì 1 ottobre 2013

1° ottobre festa nazionale in Cina, cari politici italiani meditate

Si celebra oggi in Cina la festa nazionale della Repubblica Popolare Cinese proclamata il 1° ottobre 1949. 
La Repubblica Popolare Cinese compie quindi 64 anni ed in questi anni (soprattutto negli ultimi venti) ha visto una crescita ed un cambiamento che non ha conosciuto rallentamenti. Da nuova Repubblica isolata dal mondo (nel 1949) si trova adesso ad essere tra le prime economie mondiali con la prospettiva e l'ambizione di essere la prima entro pochi anni. 
Guardando la Cina mi viene automatica una riflessione sull'Italia da dove siamo partiti a dove stiamo arrivando. Ammirando il successo della Cina annotiamo la nostra perdita di credibilità. Basta guardare cosa ha fatto la Cina per capire il suo successo e, purtroppo, constatare il nostro insuccesso dovuto ad azioni diametralmente opposte a quelle cinesi.
Per crescere la Cina ha  puntato sulla stabilità politica. Talvolta usando la forza per mantenerla a scapito dei diritti civili, ma a vantaggio di una crescita economica e sociale.
I piani quinquennali cinesi, nati emulando quelli Russi, hanno garantito la programmazione ed il raggiungimento dei risultati prefissati, ovviamente passando da aggiustamenti non indolore quali la rivoluzione culturale o le ultime politiche di Mao prima della morte, Tienanmen.
Il rapporto costruttivo con i Paesi esteri, anche quelli storicamente nemici, ha permesso alla Cina di cooperare per la crescita interna senza essere comprata o sfruttata dai Paesi più forti economicamente.
Lo spirito e l'orgoglio nazionale è, secondo me, la forza della Cina ed è quella continuità ed eredità che ha ricevuto e tramandato prima Mao poi Deng. La Cina che in cinese si dice 中国 Zhōngguó, letteralmente «Paese di Mezzo» o «Splendore del centro» da millenni si considera al centro del mondo e questa è la loro forza. Anche nei momenti di vera solitudine mondiale, soprattutto all'inizio della Repubblica, non si è mai sentita più debole di altri. 
In questa ostinata, ma giusta  programmatica politica di sviluppo la Cina ha ridotto l'analfabetismo e la povertà in un territorio che è un continente.
Guardando in casa nostra ci si accorge il perché l'Italia perde posizioni: instabilità politica, divisioni interni, mancanza di una programmazione politica/economica, ed altro ancora.
In Cina ci sono sicuramente degli elementi negativi dovuti sia ad una crescita rapida sia ad una politica che non permette deroghe al programma. Il partito unico ha prodotto corruzione; il sistema giuridico (peraltro acerbo perché nato dopo il 1980)  è fallace ed in continua evoluzione, fra l'altro ancora permane la pena di morte; la crescita economica e sociale c'è stata, ma è nata anche una minoranza politicamente e finanziariamente forte a scapito di una fascia di poveri che è quasi di 800 milioni. Probabilmente altre problematiche, tipiche dei Paesi sviluppati prenderanno il posto in Cina a quelle dei Paesi in Via di Sviluppo a cui fino ad ora hanno dovuto tener testa.

Resta il fatto che la Cina è in realtà  la vera culla e grande scuola della politica. E quando la politica funziona l'intero paese funziona. 
Un Paese che ha chiaro ciò che vuole essere e segue un piano ben preciso, ma non scopre le proprie carte (proprio come un esperto giocatore di poker). A scuola ed alle università si insegna l'arte del contrattare, dell'arrivare al proprio obiettivo senza un conflitto )che poi è quello che insegnava Sun Tzu nell'Arte della Guerra scritto nel V° secolo avanti Cristo ) e questo avviene quotidianamente in Cina basti guardare i rapporti politici, economici, internazionali in genere.
D'altronde è proprio il dettato costituzionale all'Art 1 e 2 il vero biglietto da visita della Cina. Si parla di Repubblica democratica, ma si parla anche di partito unico e di dittatura, il potere è del popolo, ma non ci sono elezioni popolari o referendum; all'art.4 si parla del rispetto delle minoranze etniche, e non credo che siano molto d'accordo in Tibet o Xinjinag !
Di fatto queste apparenti contraddizioni nascondono una chiara e netta volontà politica e la consapevolezza che si possa riaggiustare qualcosa in futuro senza stravolgere il principio fondamentale.
Allora, nonostante il crollo del muro di Berlino non si nega il comunismo, ma si dice che la Cina ha una via del comunismo che non è come quello Russo .
Mi viene in mente la frase di un carissimo amico di famiglia, cinese, che diceva che la Cina è come un'auto che mette la freccia a sinistra e gira  destra.

Mai come adesso come italiani dovremmo prendere esempio dalla Cina nello spirito nazionale, l'unità, l'orgoglio, la capacità di programmare per il resto abbiamo ancora molto da dare e non è un caso che ci sia una grande comunità cinese in Italia da decenni.