CINA: storie di vita vissuta, aspetti economici e commerciali, resoconti di viaggi e di esperienze personali raccontate da chi vive, con questo Paese, un'esperienza quotidiana diretta che fonda le sue radici in una tradizione familiare di scambi commerciali iniziata nel 1946 con mio nonno Arnolfo, proseguita nel 1980 da mio padre Ubaldo e continuata dal sottoscritto dal 1995.
lunedì 22 gennaio 2018
giovedì 30 giugno 2016
Agitazioni Cinesi
Ieri a Firenze si e' verificato un violento scontro fra comunita' cinese e forze dell'ordine nato da un controllo dell'ASL poi degenerato.
E' opinione comune che la comunita' cinese sia una delle comunita' straniere piu' apprezzate perche' : sono lavoratori seri, sono indipendenti, portano ricchezza, rispettano le istituzioni e non hanno una criminalita' organizzata che gestisce gli affari illeciti. In parte e' vero, soprattutto alla luce del numero dei residenti cinesi in Italia.
Tuttavia se si analizza la comunita' cinese negli ultimi vent'anni si puo' notare come il problema della criminalita' e dell'illegalita' sia un problema crescente e sempre difficile da gestire dalle nostre autorita' e forze dell'ordine proprio per la struttura della comunita' cinese, chiusa in una autogestione, che non vuole ingerenze esterne anche quando l'esterno sono le auotorita' del Paese che le ospita.
Il caso di Sesto Fiorentino e' una caso che a noi fa pensare perche' la reazione verso le forze dell'ordine cosi' violenta forse non era mai avvenuto nella nostra area e non certo in questa forma, ma se guardiamo meglio al tessuto sociale cinese ed alla loro mentalita' si scopre che questo evento non e' cosi' straordinario.
Nel 1989 a Tien an men un gruppo di studenti ha fermato un Paese.
In Cina ogni giorno ci sono rivolte contro l'abuso di potere di certe istituzioni, cosi' come scontri fra popolazioni di razze diverse, tentativi di linciaggio di funzionari corrotti, ed altro.
Il governo cinese cerca di dare un'immagine del Paese che trasmetta stabilita', sicurezza, fiducia ed e' tutto sommato un Paese sicuro, stabile ed a cui si deve dare fiducia per il futuro, ma e' una pentola che bolle dove le istituzioni gestiscono ( e talvolta reprimono) con la forza certe situazioni per evitare che forze esterne si inseriscano per destabilizzare.
In Cina sono costretti a delle aperture che vengono intelligentemente concesse per gradi. Si evitano interferenze esterne che possano destabilizzare anche a costo di restringere le liberta' (fondamentali) del singolo cittadino, ma si ricordi che la piu' grande battaglia politica di questo presidente e' proprio sulla corruzione, motivo di scontri ed ingiustizie sociali.
Come in Cina anche in Italia la comunita' cinese non vuole ingerenze esterne, seppur motivate e giuste (Sanita', Criminalita', Controlli fiscali, ecc) e preferisce regolare internamente i propri problemi a vantaggio del bene comune della comunita' cinese ed a scapito spesso della comunita' locale nazionale.
Tuttavia le pur numerose ed economicamente prosperose comunita' cinesi all'estero non hanno lo stesso approccio negli altri Paesi come hanno in Italia. In Germania, Francia, Olanda, USA, Canada le comunita' cinesi rivestono un ruolo importante con investimenti, formazione, rapporti con Universita', cooperazione sulla Sanita' ricerca e sviluppo scientifico, mentre l'Italia sembra che diventi per i cinesi piu' una terra di conquista che di sviluppo.
Questo si evince anche dagli interventi dopo i fatti di Sesto Fiorentino. I cinesi intervistati contestano il mal trattamento subito adducendo il merito di portare lavoro e ricchezza al Paese. E per maltrattamento si intende la richiesta di osservanza di regole sanitarie, fiscali, tributarie, legali a cui ogni cittadino italiano e' tenuto ad osservare.
C'e' da chiedersi se il lavoro e la ricchezza e' piu' quella che noi lasciamo prendere di quanto la comunita' cinesi porti realmente alla societa' italiana.
L'impressione e' che se un giorno decidessero di muoversi in un altro Paese e lasciare l'Italia lascerebbero solo macerie, ma non ricchezza
LA RESPONSABILITA' E' SOLO NOSTRA: delle nostre istituzioni, quindi di noi cittadini che permettiamo di svendere un Paese anziche' di creare un paradiso per accogliere investitori stranieri, cinesi, selezionati. Quando ci riusciamo si fanno operazioni interessanti con i cinesi (Pirelli, Inter,Krizia, ecc).
Non possiamo trascurare sia da un punto di vista sociologico che di impatto economico quello che e' accaduto ieri a Sesto Fiorentino. Un fatto grave che deve far riflettere come potrebbero essere gli scenari futuri.
mercoledì 10 febbraio 2016
Comunita' cinesi all'estero, contro la crisi
Guardando i fondi commerciali nelle grandi citta' si nota come l'area cinese avanzi in modo signifcante.
Nella mia citta', Firenze, ma credo anche nelle altre, i cinesi/italiani sono forse gli unici che aprono nuove attivita'.
La cosa che colpisce e' che non sono piu' presenze in aree periferiche, ma si stanno spostando verso i centri storici e soprattutto lo fanno con prodotti e servizi low cost.
La domanda che nasce spontanea e' come fanno i cinesi ad aprire e mantenere negozi vendendo oggetti da pochi euro oppure fornendo servizi (coiffeur) che mediamente vednono al 50% dei costi di concorrenti italiani fra i piu' economici ?
Il quesito ha, secondo me, piu' di una risposta.
Come prima cosa le comunita' cinesi hanno cash flow, capitale liquido, da investire e questo permette di trattare l'affitto o l'acquisto dei fondi a prezzi vantaggiosi visto soprattutto la congiuntura attuale (svendite immobiliari) e d il commercio in genere che incentiva l'imprenditoria cinese basata sul basso costo e non sulla qualita'.
Le comunita' cinesi hanno il concetto di "rete" insito nella loro cultura (cosa che non abbiamo noi italiani ad esempio) e questo li rende forti, perche' strutturati in ordine gerarchico, preparati anche nell'operare in terra starniera. La comunita' cinese e' una comunita' forte, chiusa e potente supportata dallo Stato centrale di Pechino.
Il cinese poi e' un grosso lavoratore, ambizioso, che persegue in modo ossessivo l'obiettivo di diventare ricco. E' un imprenditore, che conosce il rischio, e' un giocatore d'azzardo, e' uno che conosce bene i numeri.
Tuttavia tutte queste caratteristiche che fanno del cinese un abilissimo commerciante ed un buon imprednitore, non sono sufficienti a spiegare come sia possibile vendere prodotti a basso costo (talvolta meno cari che in Cina) e sopravvivere, anzi allargarsi, mentre concorrenti locali, italiani, con lo stesso prodotto, esercizio, location chiudono.
Credo che alla base di questo successo cinese ci sia qualcosa di piu' di una buona programmazione e di una attenta gestione contabile/commerciale. Sono note le leggerezze contabili, la gestione delle risorse umane o gli articoli di dubbia origine o certifcazione che la cronaca quotidiana riporta circa l'attivita' di certi imprenditori cinesi. Ma non sarebbe giusto generalizzare. Ci sono anche quelli in regola.
Credo che la politica di penetrazione nei mercati piu' sviluppati da parte della comunita' cinese non sia stata una iniziativa pioneristica di alcuni o di qualche Provincia, quanto piuttosto una programma del governo di Pechino atto a sviluppare una rete ed una presenza stabile finanziaria e culturale per poter attingere e formare i propri cittadini sull'economia internazionale. Cosi' la Cina adesso e' pronta ad investire all'estero in materie prime (tanto a lei necessarie) e risorse umane formate senza spostarsi, ma attingendo da comunita' stabilmente radicate. E se ne vedono i frutti: in Africa, Sud-America, Canada, USA, Medio Orinete. In ogni mercato hanno un approccio simile, ma con finalita' diverse a seconda del'obiettivo finale. Se Canada e USA sono importanti aree per la formazione professionale, Africa e Sud America lo sono per il controllo delle materie prime, cosi' come alcuni Paesi dl Medio Oriente (Iran) lo sono sia per la fornitura di materia prima che per un controllo geo-politico verso le altre grandi super potenze.
L'obiettivo della conquista mondiale passa dal controllo della finanza, dalla formazione di quadri qualificati (sempre piu' cinesi studiano all'estero) e questo garantisce la crescita del Paese (non piu' chiuso com'era fino al 1979) e la presenza attiva e significativa negli altri Paesi mondiali.
Forse l'obiettivo principale e' quello di diventare la prima delle super potenze mondiali.
BUON ANNO CINESE !
giovedì 8 ottobre 2015
mercoledì 16 settembre 2015
martedì 15 settembre 2015
La Cina è in recessione ?
L'opinione pubblica è stata colpita dagli ultimi eventi in Cina, ovvero la svalutazione dello Yuan. Così molti adesso affermano (anche compiaciuti !) che la Cina è in recessione, è in crisi e che quindi non conviene andare ad investire perché rischioso.
In realtà la Cina resta uno dei nuovi mercati tra i più sicuri e stabili sia dal punto di vista economico, che sociale e dove (almeno formalmente) lo straniero è tutelato.
Ma il problema che ha portato alla svalutazione parte più da lontano.
La Cina ha rallentato la crescita nelle zone più evolute ed ha subito il contraccolpo della nuova politica del penultimo piano quinquennale, ovvero la scelta di concentrarsi sui consumi (mercato) interni e non essere più la "fabbrica del mondo". Una scelta che tuttavia non poteva tener conto della crisi mondiale scoppiata dal 2008 e che ha ridotto l'export cinese (perché all'estero comprano meno). Un export che è diminuito anche perché la rivalutazione dello Yuan degli ultimi anni, necessaria per creare un paese forte ha reso meno competitivi i prodotti cinesi che risentono della concorrenza dei paesi vicini, ma anche di una nuova produzione dei paesi occidentali sempre meno lontana come prezzi e qualitativamente molto superiore.
Quindi la scelta di sviluppare il mercato interno (consumi) a scapito dell'export ha subito qualche rallentamento sia per i motivi sopra enunciati e sia per le difficoltà del mercato interno stesso.
La Cina resta tuttavia una economia in crescita, anche se in misura minore rispetto al passato. Resta senza dubbio un mercato su cui scommettere. Ma la strategia di approccio deve tener conto dei tempi che cambiano.
Certi scossoni non devono pregiudicare la politica di penetrazione delle aziende straniere, che comunque ha tempi medio lunghi; per cui è nel medio e lungo peroido che si devono fare le valutazioni. Ovviamente tenendo ben presente più che gli eventi, le cause che hanno determinato certi eventi.
Parlando della svalutazione dello Yuan probabilmente è più un problema speculativo, o "guerra" finanziaria, viste le riserve in mano agli USA. Naturalmente è una svalutazione salutare che serve anche per poter incrementare l'export cinese, vista anche la riduzione degli investimenti stranieri. E' una svalutazione che forse riporta il valore della moneta sui numeri più vicini alla realtà. D'altronde un paese pieno di contraddizioni come la Cina ha forse maggiori difficoltà (volute dal governo steso !) nel valutare l'effettivo valore di una valuta. E' analizzando i dati reali del paese che si notano le contraddizioni : da una bolla immobiliare incredibile con numeri da società evoluta, ad un reddito annuo pro-capite da paese in via di sviluppo; da un indebitamento delle municipalità al ridursi del risparmio delle famiglie cinesi. A fronte di 200 milioni di ricchi ci sono 800,000 poveri e tanti altri dati noti.
Comunque la Cina resta un paese su cui scommettere ed investire, ma sempre a condizione che si affronti con una strategia e preparazione adeguata, probabilmente unica rispetto ad altri paesi.
Nessun allarmismo, quindi, ma sempre molta attenzione e presenza stabile sul territorio in modo da avere sempre sotto controllo, direttamente e senza filtri, la reale situazione del paese..
venerdì 13 febbraio 2015
Firenze ... una città dello Zhejiang
Firenze una
città della Provincia di Zhejiang !
Nell'immaginario
collettivo, e non solo, l'Italia deve diventare terra catalizzatrice
di investimenti stranieri, soprattutto cinesi ! La Cina rappresenta
la nuova America. Firenze, anche in ragione della sua popolarità
mondiale, può essere la punta di diamante per l'attrazione degli
investimenti cinesi.
Ma
nell'immaginario collettivo italiano l'investimento cinese è
sinonimo di vendita, e vista la situazione immobiliare e commerciale
italiana la vendita avviene a prezzi di "liquidazione, talvolta tramite giudice fallimentare !
Il cinese
più che investitore è uno speculatore con soldi liquidi.
Perché la
Cina ?
Tutti gli
sforzi "istituzionali" si rivolgono alla Cina. I motivi sono ben noti a tutti. E' un Paese che ha numeri interessanti e
unici: come numero di abitanti, come crescita del PIL, come numero di
turisti, come capacità di investimento, come crescita che negli
ultimi anni non ha mai frenato anche se talvolta rallentato, ma sono
"febbriciattole" di crescita, si direbbe di un bambino.
Ma
l'interesse verso la Cina è anche dato dal fatto che forse ancora oggi non si è creato qualcosa di stabile e concreto che possa
assicurare con certezza la possibilità di sfruttare quei numeri che
sicuramente in prospettiva saranno "impressionanti", ma che
già ora sono notevoli e visibili.
Il successo
spesso è legato ad iniziative pioneristiche o di alcune eccellenze
più che di un sistema collaudato ed organizzato dove le
singole aziende si possono inserire.
Ci si
domanda allora: cosa manca ?
I dati sono
sotto gli occhi tutti. La presenza Cinese in Italia è notevole
(100,000 circa solo nell'area fiorentina) e molto attiva nel campo
commerciale e non solo. I fondi cinesi, o di Hong Kong (espressione
di realtà cinesi), investono in tutto il mondo; l'Africa ed il Sud-America sono terre di conquista dei cinesi per le materie prime;
l'Europa è vista come continente per investire (ed ora si compra
veramente bene) per il settore immobiliare (anche per ottenere
permessi di soggiorno) e del turismo (nuovo business anche in Cina
degli ultimi 18 anni). Non c'è
settore commerciale o merceologico a cui la Cina non guardi:
eno-agro-alimentare, moda, arredamento, arte, musica e spettacolo,
formazione, sport, eccetera. Settori dove il nostro Paese talvolta è
leader mondiale, basti pensare ad esempio alla moda, all'arte, al vino. Eppure
è come se la scintilla non fosse mai scoppiata o almeno come se lo
scoppio fosse imminente, ma tardasse ad arrivare.
I business
tra Italia e Cina sono per lo più gestiti da cinesi residenti in
italia. Le aziende italiane non sono soddisfatte dei rapporti
commerciali con la Cina (salvo rare eccezioni). Le nostre
istituzioni rimandano ai prossimi anni il boom cinese per l'Italia
attendendo quasi che la situazione venga sbloccata dai cinesi, i quali, dal canto loro, manifestano la volontà di sbloccare
promettendo grandi investimenti, indotto di lavoro e servizi per
tutti, ma in realtà hanno una organizzazione interna che non prevede
grandi spazi o ruoli decisionali per realtà "straniere".
Cosa avviene
quindi ?
La realtà è
un'altra. Mentre noi italiani:parliamo, facciamo riunioni, missioni,
accordi quadro, riesumiamo progetti falliti appena qualche anno prima
con nuovi nomi e facce, ma sempre "non operativi";
i cinesi lavorano, investono, rischiano, producono, guadagnano e
fanno quello che noi dovremmo fare, ma che "esitiamo" a
fare, e, in modo masochista, preferiamo lasciar fare ad altri
autorizzando così gli altri ad avere successo a spese nostre.
Ed ecco che
i cinesi rafforzano la presenza nel territorio italiano, arrivando a
creare un Made in Italy cinese esportato in Cina (legale), ma anche
un Made in Italy di grandi marche fatto in Cina importato in Italia
(illegale) entrambi con fatturati da capogiro e due volte dannoso per
la nostra economia e per le nostre aziende. Nel primo caso (legale)
perché dovremmo essere noi a produrre, promuovere e vendere il vero
Made in Italy che non sia solo prodotto ma anche storia, cultura e
"radici"; nel secondo caso (illegale) perché, come ha
detto il Procuratore Generale Creazzo in occasione dell'apertura
dell'anno giudiziario, "mette in pericolo la parte migliore del
nostro Made in Italy" ed è una operazione chiaramente
criminale. Ma in entrambi i casi siamo responsabili di una mancanza
di controllo e gestione che troppo facilmente viene lasciata o
delegata ai cinesi (sia da parte delle aziende che da parte delle
istituzioni) pensando che un atteggiamento troppo rigido precluda i
rapporti con la Cina e lo sviluppo del mercato interno (è la
politica su cui hanno lavorato da sempre la "preparatissima"
classe dirigente cinese).
La
realtà è che la Cina vuole essere "indipendente" ed unico
attore nei rapporti e nello sviluppo con i Paesi esteri. Le
collaborazioni sono talvolta necessarie per i i cinesi, ma solo
propedeutiche alla propria crescita e sviluppo finalizzata alla
gestione totale dell'attività. E ciò avviene sia per lo sviluppo
del mercato interno che per quello estero.
Anche
i settori emergenti come servizi, formazione, turismo seguono questa
logica e vengono svolti in proprio con proprie strutture e propri
investimenti. Soprattutto adesso che il vecchio continente (e
soprattutto l'Italia) si acquista con poco, ed è questo il pericolo
maggiore.
Firenze
e l'Italia allora rischiano di diventare una Provincia della
Zhejiang, questa almeno sembra la direzione, con la giustificazione
che i cinesi hanno i capitali e sono i nuovi ricchi..
Sarebbe
meglio creare una realtà forte, solida, finanziariamente
indipendente, compatta capace di avere una forza contrattuale forte e
dialogare e vendere si, ma al prezzo giusto,
Controllare
e non delegare ciò che si è creato con i secoli e che in poco tempo
può essere cancellato o svilito. Serve la volontà e la convinzione
di fare tutto ciò, mentre da più parti affiora lo scoraggiamento e
la voglia di mollare.
Ci
sono esempi di chi riesce a non vendere a stock o con ribassi al 70%
per sopravvivere qualche anno, ma a vendere a prezzi alti ed è il
caso di Giappone, Germania, Francia, Inghilterra, Svezia, Svizzera,
USA, Canada, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, ecc.
Vendere
si, ma cercando di creare un futuro, magari un nuovo socio, una
possibilità di crescere.
Non
si tratta di entrare in conflitto con i cinesi (talvolta può
accadere per far valere i propri diritti) ma di proporre e imporre
uno stile di vita di rapporto.
Si
tratta di capire la mentalità cinese, ma mantenere la propria
identità mediando.
Si
tratta di investire, perché è investendo che si ottiene un ritorno,
non deprezzando il proprio prodotto o servizio.
Si
tratta di attaccare ed andare nel loro mercato per capire, come hanno
fatto loro, ma in modo organizzato e continuativo, non aspettare
l'investitore a casa.
A
me piace sempre ricordare il caso della Geely (casa automobilistica
cinese di una certa importanza) il cui responsabile dei mercati
esteri è un caro amico, già amico di mio padre dal 1982. Non
riuscendo ad entrare in Europa trovando l'opposizione della case
automobilistiche europee, che vedono nella Geely un concorrente per
auto low cost soprattutto per il segmento City Car, Geely ha pensato
bene di acquistare qualche anno fa la Volvo rilevando le azioni di maggioranza.
Questo
è avvenuto perché la Volvo è da sempre presente in Cina
soprattutto sin dall'inizio con i bus tipo granturismo utilizzati dai
cinesi per i lunghi spostamenti da città a città prima che
prendesse campo l'alta velocità, ma comunque ancora oggi molto
utilizzati.
La presenza della Volvo in Cina (investimento) è stata una politica
di penetrazione (presenza duratura negli anni) che ha permesso ai
possibili partner cinesi di verificarne l'efficienza e la serietà e
di stringere rapporti (è più facile stringere rapporti con chi si
vede e testa tutti i giorni piuttosto che con chi sta dall'altra
parte del mondo) e così la scelta di una società seria per entrare
in Europa (ma anche per imparare a fare auto grandi e di lusso) è
ricaduta sulla Volvo che ha mantenuto negli anni una politica in Cina
basata sulla continuità. E non è un caso che non si siano rivolti
alla FIAT !
Questa
regola vale per tutti i settori e per tutte le dimensioni, non solo
per le grandi realtà.
Facciamo
in modo che Firenze e l'Italia non diventi una Provincia cinese.
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